Claire Longo

Ashvamedha pittura

Untitled

1999

Text by Pier Luigi Celli

Devo a Claire Longo la riscoperta di luoghi che sembravano non esistere più; quegli spazi condivisi che, un tempo, hanno segnato l’inizio della vita sociale di molti di noi quando, a corto di risorse, avevamo l’amicizia e un progetto comune a scaldarci il futuro.

Poi erano arrivati la normalità e gli obblighi del lavoro, le preoccupazioni e la voglia di sicurezza ad inaridire molte delle illusioni vitali di allora e così, a poco a poco, ci eravamo dimenticati di quell’esistenza certo precaria, ma tanto più creativa e affascinante.

Claire vive in uno spazio di quelli che sono fatti apposta per sollecitare la nostalgia.

Vive e lavora con amici che condividono con lei una passione artistica e un modo insieme disincantato e carnalissimo, di concepire le cose e gli eventi.

Esattamente quanto a noi è stato sottratto, con la nostra imprudente complicità, dalla resa incondizionata alle ragioni del tempo.

Non sono un esperto: posso solo dire che c’è molta di questa estraneità alle mode e alle carriere nella sua splendida maniera di fare pittura e di restituire ai distratti cultori del quotidiano le suggestioni del primitivo e le voglie contratte, imprigionate, di esordi lontani, lungamente esorcizzati.

Avendo avuto il coraggio di non cedere a suggestioni spesso meschine, e certo più facili, oggi Claire ci offre una visione in grado di redimere molte delle debolezze, anche artistiche, di questa contemporaneità confusa.

Con un ancoraggio elementare per lo spessore della cultura di riferimento, mai banale né corriva; la semplificazione del tratto e l’intensità del colore, a recuperare l’essenziale, quello che a molti di noi è come sfuggito: l’amore per le cose da dire, piuttosto che per i rapporti da tenere.

Claire Longo, avendo attraversato luoghi molteplici, successi e silenzi, ha distillato una sua violenza primordiale.

Se ci mette a disagio è perché, ormai, tutto siamo disposti ad accettare, purché mediato, attenuato, preferibilmente confuso.

Ancora una volta è la passione, più che la razionalità a interpellarci duramente.

Ed è così che salta in aria, in un pulviscolo opaco, tutto il nostro armamentario di ipocrisia.